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Di e con Mario Faticoni al pianoforte Tore Spano regia Paolo Giorgio disegno luci Paolo Giorgio e Tommaso Contu realizzazione scene Stefano Ledda video Andrea Lotta produzione Il crogiuolo
C'è il Gaber ragazzo che suona la chitarra nei localini di Milano, che comincia a cantare per scherzo assieme a Celentano e Jannaci, poi il Gaber dei primi successi, “Ciao ti dirò” e il “Musichiere”, l'ascesa definitiva con “Genevieve” e “Non arrossire” e l'incontro con le canzoni di Paoli e degli altri genovesi e poi dei Brel, Becaud, Piaf. Il successo. E c'è il Gaber del teatro, centinaia e centinaia di spettacoli in teatro di fronte al pubblico con canzoni e monologhi, scritti a due mani con Sandro Luporini, che toccano tutta la tematica esistenziale e morale di oltre trent'anni di vita italiana. Successo anche lì, tanto da mettere in imbarazzo gli storici dello spettacolo: cantante o attore – autore?
“Che bella gente” visita tutto questo scenario gaberiano, dalle pagine ironiche più pungenti a una decina di splendide tragicomiche canzoni.
"L'eleganza inesorabile, la lucidità, l'ironia potente e leggera, la buona creanza nonostante l'intelligenza rivoluzionaria, la sottile gentilezza d'animo, la voglia di ridere comunque... La potenza della semplicità nella sua musica e nella sua esposizione vocale, il non arrendersi alle mode... L'abbaglianza del suo apparentemente placido intero fanno di Giorgio un essere assolutamente unico, come artista e come uomo..." Mina
NOTA DELL'AUTORE La critica sociale portata a teatro ed elevata al rango di poesia è l'auspicabile alternativa, ove fosse più frequentata, alla letteratura saggistica di nicchia e alle filippiche dei tromboni populisti (questi ultimi, ahimé, hanno a volte il privilegio dell'amplificazione televisiva).
Nella storia del teatro italiano degli ultimi trent' anni Giorgio Gaber è stato l'attore che ha meglio descritto la società del suo tempo. Nato come cantante, Gaber ha modellato corpo, maschera, voce secondo i canoni del più limpido alfabeto scenico, sui testi piccoli gioielli drammaturgici, scritti in collaborazione col pittore scrittore Sandro Luporini.
Ho il sospetto che l'orribile tempo che viviamo, tenuto conto delle recenti iniziative governative, sia orientato a cancellare questa miracolosa sorpresa del teatro italiano, facendo regredire Gaber all'antico ruolo giovanile di consolatore televisivo e discografico. Mario Faticoni
NOTA DI REGIA Gaber. Il nome di questo artista poliedrico, popolare e al tempo stesso sofisticato, è ormai avvolto dall’aura del mito. Autore di canzonette di successo, di testi teatrali penetranti e di quel teatro canzone, ormai entrato nel dna dello spettatore italiano, che ha generato figli, nipoti e a volte distorte caricature. Di Gaber non si possono dimenticare le espressioni, le pause, la figura allampanata montata su gambe dinoccolate, e la voce, frantumata in un gorgoglìo che era tutta l’epopea dell’uomo comune, riassunta in un suono.
La figura di Giorgio Gaber, la sua personalità trascinante, è anche un’ombra che si allunga sulla sua stessa opera, sulla ricezione e sulla fruizione della sua straordinaria qualità di autore, capace di sintetizzare la vita comune delle persone in parole che ci riguardano tutti. Per molti è difficile staccarsi dal ricordo delle sue interpretazioni, e immaginare che i suoi testi possano essere detti in modo diverso, interrogati secondo nuove prospettive e suggerire percorsi inediti.
“Che Bella Gente” nasce dalla convinzione che il valore dell’opera di Gaber sia principalmente letterario e musicale, e che il fattore performativo sia stato un talento ulteriore che illuminava gli altri. Come ogni corpus teatrale che si rispetti, questo universo di ritmi e parole ispira confronti su terreni non battuti. Il percorso testuale di Mario Faticoni ripercorre la sua opera alla ricerca di sentieri poco conosciuti, sul filo di quell’impegno civile e umano che era il segno distintivo di Giorgio Gaber: una profonda insofferenza per il processo di disumanizzazione di cui oggi paghiamo le conseguenze, una pietà partecipata per quella miseria dell’uomo comune presente in tutti noi, il bisogno di ritrovare un senso dell’agire politico basato sull’etica di una visione del mondo, e non sulla brama di profitto personale. È un percorso d’esistenza e creazione la cui voce risuona ancora più forte oggi, nel nostro caos contemporaneo, epifania tragicamente esatta delle più fosche previsioni gaberiane.
La voce di Mario Faticoni attraversa questi testi in un tono personale, di confronto, sul filo di quel teatro di conversazione che persegue da anni. Trasforma canzoni in brani recitati, restituendo alla parola la sua dirompente forza originale. Tracia percorsi atipici, collegando temi e bisogni, in confronto serrato con una storia che è anche la sua. Le parole di Gaber gli appartengono, perché ha vissuto le stesse esperienze, gli stessi bisogni, gli stessi traumi d’immaginario tradito.
“Che bella gente” è una visita ad un amico molto intelligente, di cui si prendono in prestito le parole per capire meglio il proprio percorso. La scena è una scatola della memoria che intreccia linguaggi diversi, musica, video, canto, parola, per raccontare un’epopea della quotidianità che appartiene a una intera generazione, e può parlare a quelle a venire. Il pianoforte di Salvatore Spano non è solo un contrappunto, ma un autentico personaggio che dialoga con il testo, con l’attore, con il pubblico.
Non ci si risparmia il divertimento dei grandi pezzi della tradizione gaberiana, dal ‘Bloccato’ al ‘Conformista’, dal ‘Bar Casablanca’ a ‘C’è solo la strada’. Ma la tensione fondamentale, il punto al quale si indirizzano tutte le parole di questo spettacolo, vario e continuamente in movimento, è il sogno di una nuova pedagogia. La capacità di ritrovare in età adulta la forza etica per agire come si vorrebbe agissero i nostri figli, per agire come di fronte a uno specchio che rimanda un’immagine di noi pulita, consapevole, impegnata. È ciò che insegneremo ai nostri bambini, che farà la differenza nel mondo che andiamo a costruire per loro. Ed è quello di cui qui, oggi, abbiamo chiesto a Giorgio Gaber di parlarci. Paolo Giorgio
Genere: teatro canzone. Età: dai 12 anni in sù. Tecnica: attore/cantante. Durata: 70 minuti. Esigenze tecniche: Spazio scenico Per gli spazi all'aperto si richiede tutela da illuminazione esterna(lampioni o altro ) e tutela da rumori in genere (automobili, generatori o altro). Al chiuso, spazio oscurabile - Palcoscenico o pedana 6x6 altezza max 1.m.
Potenza elettrica Potenza elettrica 10 Kw, 380 v; trifase + neutro + terra, (presa C.E.E. 32 ampere ) accessibile a max. 15m dallo spazio scenico.
Disponibilità spazio scenico tre ore prima per il montaggio e due ore dopo per lo smontaggio.
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